mercoledì 23 settembre 2015

Lettera aperta a Miss Italia

Hai detto una stronzata.

Hai 18 anni.

Sei maggiorenne e voti come me, te e te, laggiù in fondo.

Comunque, non dovevi certo essere tu, Alice Sabatini, 18 anni, a squarciare il velo sul livello culturale generale.

Ma ciò che mi sorprende più di ogni cosa è che tu, Alice Sabatini, 18 anni, abbia detto di aver letto pagine e pagine di libri di storia a scuola, sulla seconda guerra mondiale.

Io, ad esempio, non ci sono arrivato alla seconda guerra mondiale, Alice.

Mi sono fermato alla prima, ed era fine maggio. In un liceo.

Ma abbiamo studiato a fondo il Congresso di Vienna, che oggi mi è tanto utile per capire la differenza tra Tari e Tasi.

So tutto dell'Australopithecus Afarensis, e meno male, altrimenti non saprei programmare la lavasciuga o disostruire la trachea di un neonato.

Carlo Magno lo facemmo per 2 mesi, altrimenti come saprei spiegarti, oggi, le ragioni del conflitto israelo-palestinese?

Vedi, Alice Sabatini, ritieniti fortunata, se tu, davvero, l'hai studiata la seconda guerra mondiale a scuola.

Perchè io no, e non ho i tuoi 18 anni.

Ho l'età di chi decide, nel paese.

E vota. Come te, te, e te, che ti nascondi laggiù.

domenica 28 giugno 2015

La mia battaglia sull'arcobaleno

Quando finisce una storia bisogna essere onesti, soprattutto con sé stessi.
Le colpe di una separazione non sono mai di una sola persona, ma vanno distribuite. Ed il mio caso non fa eccezione: 50% responsabilità di mia moglie, 50% responsabilità di mia suocera. Le cose vanno dette.

In special modo oggi, che c'è tanta emozione per la scelta USA sul matrimonio gay. Traguardo che mi vede favorevole, ma non perché mi faccia piacere che gli omosessuali si sposino. Apprezzo il fatto che tutti, indistintamente, senza differenze di sesso-razza-religione, possano avere la possibilità di commettere gli stessi sbagli degli altri.
Perché è empiricamente provato che il matrimonio è un errore del quale, prima o poi, pentirsi.
Proprio per questo, dev'essere concesso a tutti. Per divulgare l'esperienza ai simili e ai posteri.
Mai vietare le cose pericolose solo a determinate categorie.
Sarebbe come proibire di fumare ai foggiani.
Vietare di guardare Pomeriggio 5 ai neocatecumenali.
Impedire di farsi i risvoltini dei jeans agli asmatici.
Alla mia vicina rumena, ad esempio, piace Biagio Antonacci.
Chi sono io per privarla di ascoltare quella voce del cazzo?

Ecco il vero spirito della battaglia sull'arcobaleno: io pretendo che chiunque si possa sposare.
Poi vedrai, tra qualche anno, come imploreranno la Corte Suprema Americana di tornare sui suoi passi perché anche gli omosessuali, come i foggiani, i neocatecumenali, gli asmatici e la rumena, dopo un po', si rompono i coglioni.
Peace.

mercoledì 10 giugno 2015

Informazioni diffuse male

Nella 27a stagione dei Simpsons, Homer e Marge divorzieranno.
Il fatto che questa notizia mi provochi più ansia della mia stessa separazione, mi fa capire che io, indissolubilmente, inopinatamente, indefessamente, indirettamente, inconsapevolmente, inimmaginabilmente, ecco, devo riflettere meglio sul mio equilibrio psichico.
Il fatto che un mio collega scriva "Scerlo Colms", mi aiuta a dormire meglio.
Il fatto che creda che in tv valga la pena di vedere solo il cartone animato "Uncle Grandpa", aumenta la mia autostima.
Il fatto che io sia passato dal periodo 'misantropia' a quello 'indifferenza professionale', sta migliorando il mio tono muscolare.
Il fatto è che compio 40 anni tra due mesi.
E vorrei andare in Austria.
Ma non ho niente da Metternich.

lunedì 18 maggio 2015

Di idraulica, fisioterapisti miliardari e numeri crescenti.

Il miscelatore del lavabo di casa impiega circa 3 minuti per scaldare l'acqua. Se gli alitassi sopra, sarebbe più rapido. In quei 180 secondi, potrei riempire mezza vasca d'acqua, 4 acquari, dissetare 25 piante del balcone. Essere denunciato dal governo etiope. E poi sciacquarmi il viso.
Il miscelatore del lavabo dell'ufficio impiega circa 1 secondo per scaldare l'acqua. Dopo 4 secondi l'acqua bolle. Dopo 7, nessuna mano umana è in grado di affrontare quel getto lavico.
Ultimamente incontro persone che sono il miscelatore di casa o il miscelatore dell'ufficio.
Estremi che non si incontreranno mai. Incontrano solo me, di continuo.
O bianco, o nero. O altezza o bassezza. O nanismo.
Dove sono finite le mezze misure? Scomparse con le mezze stagioni? Cancellate dai menù come le mezze porzioni?
Vorresti un "come stai?" vero, in carne ed ossa, ma ricevi solo notifiche. Notizie su altre vite. Social stocazzo. MyDicksNetwork, piuttosto. Oramai la gente notifica, tutto. Anche se non sei in rete.
Così mi trovo ad andare in giro con l'etichetta rossa in alto a destra, sulla testa, col numerino.
43 notifiche in attesa di essere lette.
Ora 44.
Alla fermata del bus nessuno si guardava in faccia, l'alto giorno. Sarei potuto passare nudo, con sabot e parrucca di Tina Turner. Niente.
45.
Ci piegheremo, nei nostri telefoni, fino a sentire lo scrocchio del collo. Ed allora, con l'ultimo, flebile, respiro, ci avvicineremo al primo passante e sussurreremo "Sai se c'è un'app per far tornare la testa dritta?"

sabato 9 maggio 2015

Confessioni di un demente pericoloso (o come sopravvivere 60 giorni senza facebook)

Non sono più su facebook da 60 giorni.
L'evento non è stato salutato dai carrarmati della Piazza Rossa in parata, nè da uno speciale su RaiStoria condotto da quel giuggiolone di Paolo Mieli.
Pensavo che l'opinione pubblica desse più risalto alla notizia, visto che avevo un seguito corposo, alle volte quasi maniacale, di followers.
Invece sono andato via e facebook ha proseguito il suo lavoro quotidiano. Ognuno parrebbe continuare a sopravvivere, noncurante del fatto che io non ci sia più.
Non me l'aspettavo.
Ieri sera, molto tardi, diciamo stamattina, riflettendo sulle conseguenze etiche della masturbazione, e grazie all'apporto di mezza bottiglia di ratafìa, mi sono riaffacciato sulle pagine biancoblu del social network.
Video del cazzo (cioè, non proprio del cazzo, ma fossero state clip di un pene che parlava di Sci-Fi sarebbe stato meglio), musica di merda (in questo caso proprio così. Anzi, dimmerda), poesie brutte, foto di gente che vedrei volentieri a leccare i corrimano della metro di Calcutta.
E non sto qui a controllare se Calcutta ce l'abbia o meno una metro. Diciamo che se ce l'avesse, la immagino come la metro più sporca del mondo. Stereotipi e luoghi comuni, ok.
Ebbene, quando, esattamente, ho deciso di accettare l'amicizia di persone che disprezzo?
O meglio, perchè?
Era così indispensabile farlo?
Fare a gara a chi ce l'ha più lungo, a costo di condividere storie drammi ed estasi con gente alla quale farei fatica a stringere la mano, è diventato un obbligo. Un'esigenza.

"Ma guarda che coi blog è lo stesso. Non cerchi anche qui approvazione da sconosciuti, costretti a leggere i tuoi scazzi e le tue paturnie?"

Sì, lettore misterioso e scassacazzi. E' così anche sul blog.
Ma è un ambito più intimo. Non scorro una paginata di roba avariata, mix di madonnedimedjugorie, bukowsky, creme brulèe e dildi.
Scelgo di andare dove voglio. E mi ci fermo.

Sono uscito da facebook da 60 giorni, e non gliene frega un cazzo a nessuno.
Sono soddisfatto.

domenica 19 aprile 2015

La Scossa©

Qual è l'unica frase che non mi hanno detto gli amici, dopo aver confidato loro che mi sto separando?

1. Ti capisco, pensa che io e mia moglie stiamo ancora insieme solo perché ci sono i bambini.
2. Ma io l'avevo capito subito.
3. Uno come te non avrà problemi a rifarsi un'altra vita.
4. Comunque ti trovo bene.
5. Era un po' che ti vedevo giù.
6. Se posso fare qualcosa, dimmelo.
7. È colpa di Facebook.
8. È colpa di Whatsapp.
9. Si chiude una porta, si apre un portone.
10. Stasera ti porto a mignotte.

martedì 14 aprile 2015

Suavemente

Le vedi da miglia marine.
Riescono ad emergere in mezzo a centinaia di teste.
Sapresti riconoscerle nel mucchio.
Sono le coppie al limite.
Di solito è lui che cerca il viso di lei, ma lei già è andata.
Allora lui si chiede il perchè, le chiede il perchè, ma è inutile.
“Lo sai”.
“Stocazzo, lo so. Scusa, sono stato volgare. È per la mia volgarità che sei così?”
“Lo sai”
“Non lo so, credimi. Ho fatto qualcosa di sbagliato?”
“No”
“Ho detto qualcosa che non avrei dovuto dire?”
“Basta, smettila”
 
Ora stanno su una panchina.
Ora li vedi in macchina, con le teste distanti molto più di quanto sia lo spazio tra finestrino e finestrino.
Non sono d'accordo nemmeno sulla stronza musica da sentire nell'autoradio per andare dal posto "a" al posto "b" (4/5 km).
Lui vorrebbe i Coldplay, lei il latino americano.
“Ma ti è sempre stato sul cazzo il latino americano”
“Ora mi piace”
“E i Coldplay?”
“Mi stanno sul cazzo”
 
Se ci pensi, i Coldplay dovrebbero stare sul cazzo anche a te.
Chris Martin è bello, ha voce, suona, c'ha figa ovunque. Passa da Gwyneth Paltrow a Jennifer Lawrence a Kate Hudson come se cambiasse marca di dentifricio. E comunque il suo dentifricio è più efficace del mio e del tuo. Del tuo, sicuro.
 
Allora lui cede, e mette il latino americano.
Ed i coglioni dovrebbero toccargli terra.
 
Ma lui, i coglioni, non ce li ha.

sabato 4 aprile 2015

Lettera ai cinesi


Cari cinesi.

Io non ce l'ho con voi. 
Siete gran lavoratori, avete un'economia che comanda il mondo, una mafia rispettabilissima, oramai non c'è cosa che non sia prodotta in una delle vostre città da cento milioni di abitanti tutti uguali. Abbiamo anche imparato a mangiare lo stesso cibo.
Io ci entro, nei vostri negozi. 
Passi che nessuno di voi, eccetto la proprietaria, parli italiano. Passi che mi facciate seguire per controllare che non mi fotta qualcosa. Passi il fatto che avete reparti per animali sovradimensionati e tastiere per pc senza il tasto euro. Passi tutto.
Ma, per carità, la musica cinese in filodiffusione la dovete togliere. 
Potrei perdere la pazienza. 

Con immutata stima, 

Ettore.

martedì 24 marzo 2015

Un esperimento senza alcuna motivazione plausibile.

Giorno 5 lontano dai social network.
Le mani riacquistano un colorito accettabile. La batteria del telefono arriva fino a sera. Non sento più il bisogno di sapere cosa hanno mangiato a pranzo Teresa o Debhorah. Non vedo tramonti sul Tirreno.

È la terza volta in quattro mesi che vado dal dentista.
Che è un classico dentista.
Lo stereotipo del dentista.
Piacione, separato, suv, assistenti fighe, inadatto al mestiere, musica paracula in filodiffusione .
Ieri c'era Take on me degli A-ha. E niente, mi ha fatto odiare anche quella, che era una delle poche che si salvavano degli anni '80. Ora resta You spin me round ed un paio di canzoni di Dario Baldan Bembo.

Che la mattinata non fosse iniziata nel verso giusto lo dovevo capire dallo sgambetto fantasma che ho ricevuto. Un terzino invisibile mi ha falciato il passo facendomi scoordinare per diversi metri. Dato che non c'è alcool nel mio corpo da tempo (che vergogna) e che tendo ad allacciarmi le scarpe coscienziosamente (che vergogna), non saprei davvero chi si possa divertire alle mie spalle. Faccio il doppio nodo, per la cronaca, oramai anche alle ciabatte da mare. Avevo la tendenza a camminare con scarpe che si slacciavano. È come se i miei metatarsi si animassero autonomamente per snodare i lacci, di continuo. Allora raddoppio il nodo. Diventa un grumo di cotone bicolore, orrendo da vedere.
Un po' come il mio stato d'animo. Se non gli sto appresso, si sfilaccia. Allora devo annodarlo su sé stesso più volte, come un gomitolo. Come una matassa. L'avessi saputo, 5 anni fa, che la matassa era ancora tutta lì, l'avrei chiamato diversamente questo blog.
L'avrei chiamato:
a) L'imprevedibile esistenza di un geniale imbecille.
b) L'affascinante E.A. e la sua altruistica misantropia.
c) Lo Zen e l'arte di digitare coi soli indici.
Che poi, voglio dire.

venerdì 20 marzo 2015

Un aggiornamento che leggerò solo io.

Non so chi sia rimasto a leggerlo, questo blog.
Sono uscito lasciando le chiavi dentro, e probabilmente qualcuno mi avrà pure cercato.
Ma si sa come sono fatte le persone, o forse sono fatto solo io così.
Quando esce il sole, ci si dimentica di chi ti ha prestato l'ombrello, e a volte te l'ha anche mantenuto, sotto la pioggia battente.
Rieccomi qui. Con un temporale improvviso che mi ha colto di sorpresa, come il più stupido dei randagi.
Eppure dovevo immaginarlo. I gatti non ci tornano sulle stufe, nemmeno se fredde perchè spente da una vita, se mille anni prima ci si sono scottati.
Io sì. Io non sono un gatto. Lo fossi stato ci sarebbero fotografie mie su facebook. Ma non lo sono, e su quella stufa mi ci ero seduto ancora. Perciò fa più male.
Allora mi scrivo queste quattro righe, più come promemoria che altro, sapendo benissimo che se dovesse passare qualcuno potrebbe anche riderne.
Non ci sono regole fisse nella vita.
Non ci sono insegnamenti.
Non ci sono standard e parametri.
C'è un passaggio di esseri viventi, incroci di parole, porte che si aprono, canzoni senza senso, il profumo di una scatola del cucito, errori, sorrisi, vizi ripresi, intolleranze alimentari, intolleranze umane, lettere, pronomi inutili, delusioni.
Sono tornato al punto di partenza.
Scrivo.

lunedì 7 ottobre 2013

Le Sette cose da non dire ad una ragazza al primo appuntamento



7. 
Alza gli occhi al cielo. E' l'unica cosa più grande di me.

6.
Non ho mai incontrato una ragazza così dolce nella mia vita. Posso leccarti?

5.
Sai che per colpa mia Rocco Siffredi è in analisi?

4.
Sai cambiare la ruota di una macchina?

3.
La mia lingua sa di ragù. Vuoi assaggiare?

2.
Sali su da me? Ho una collezione di peni in bronzo.

1.
Sei celiaca? Il mio uccello è senza glutine.

giovedì 19 settembre 2013

Chi è il Bastardo?





Scendo in fretta tutti i gradini che ci sono, dimenticando anche i tic che oramai ripetevo dalla prima adolescenza. Il portone è già aperto. Il collaudatore delle caldaie attende impaziente al citofono che qualcuno gli apra. Il tatuaggio sul bicipite sinistro inizia a spazientirglisi. Corro a zigzag tra escrementi di cane e volantini elettorali. Se c'è una cosa che identifica l'arretratezza culturale di un popolo è proprio il fatto che non ti lasciano far cacare il cane in luoghi puliti. E così lo deve fare, povera bestia, in mezzo alle facce dei politici. Che poi non noti nemmeno la differenza.
Salto i convenevoli con la vecchia del piano di sopra. Non è il momento di commentare il costo della vita e la bruttezza degli sceneggiati Rai. E poi puzza di apocalisse anziana.
Apro il portoncino esterno. L'amministratore di condominio, e la sua alopecia, hanno deciso di posizionare il pulsante apriporta lontano circa 10 metri. Ecco perchè non ti pago mai.
Esco alla luce del sole, ma la Panda che mi deve trascinare via da qui non c'è ancora. L'sms “sto sotto" resta uno dei misteri dell'antropologia contemporanea. Stai sotto, sì, a un acido.
Attendo appoggiato alle cassette della posta.
Arriva un uomo di 50 anni, brizzolato, con una tuta decathlon sdrucita e l'aria affaticata. Lo riconosco. Lui non riconosce me. È quello che fino a qualche anno fa sgommava sul suo mercedes SLK, in giro per supermercati a rappresentare spalle di cotto e bresaola e croteggiare cassiere insoddisfatte. Sta inserendo volantini nelle buche, trascinando un carrello da spesa, quelli delle nonne, di tessuto scozzese. Gli regalo uno sguardo pietoso dietro ai miei Rayban rettangolari opachi. Lo ricordo ancora, quando ci squadrava, noi, fumatori di skank alle prese con i primi microfilmati di 144, altro che youporn. Una sera ci puntò i fanali contro, per 3 lunghi minuti. Noi restammo lì. Poco dopo, arrivarono gli sbirri, e fortuna che avevamo finito tutto.
Ora tu sei qui ad infilare dita grosse nelle fessure arrugginite della mia posta. Scivoleranno giù offerte di pannolini e Jaegermeister. Crepa, maiale.Tu e i tuoi volantini del cazzo.
Aspetto che li abbia imbucati tutti, uno per uno, ben piegati.
Poi li tiro fuori dalle cassette, con calma certosina e li spalmo per terra. Fotografo lo scempio ambientale, che vergogna. E mando tutto all'indirizzo mail sul volantino, alla voce “Segnala gli sprechi”.
E ora puntami questi fanali.

mercoledì 21 agosto 2013

La fiamma è spenta o è accesa.


La stanza era poco illuminata. Una decina di candele, posizionate a circa due metri da terra, all'interno di nicchie ricavate nel muro di tufo. Le fiammelle erano equidistanti. Se avessi tracciato una retta immaginaria tra loro avresti ricavato un reticolato asimmetrico. Qualcuno aveva sbagliato la disposizione. Nonostante tutto si riuscivano a delineare tutti i profili dei presenti, e persino le emozioni abbozzate sui volti. 

Chi aveva appena capito di essere irrimediabilmente ubriaco cercava di recuperare la mascella che pendeva inoperosa sorretta solo da guance emaciate.
Chi aveva puntato la sua donna per la notte, rimandando di continuo l'approccio, ora non ne riconosceva più la sagoma, e temeva che quella mano sulla spalla di un goffo barbuto con la coda fosse la sua. Lo era.
Chi entrava nella stanza come se tutti stessero aspettando lui, e ne usciva di lì a poco capendo che il mondo, dopo tutto, gira anche senza il nostro misero apporto.
Chi aveva avuto la chiacchierata più inutile della sua vita.
Chi cercava con la lingua una scheggiatura di un molare.
Chi versava alcol in bicchieri così piccoli che non facevi a tempo a girarli, che subito eri di nuovo al bancone per la sete.

Le candele divennero nove. Una si era spenta a causa del vento.
Vento non ce n'era, nella stanza. Forse un alito improvviso, una voce alzata più del previsto. Luce ne rimaneva, comunque. Di sicuro abbastanza per parlare a mezza bocca senza che nessuno lo potesse capire.
Si spensero due candele. Tre sagome, vestite di scuro, sparirono dietro una panca, inghiottite dal buio.
Sette candele maldisposte creano uno strano effetto. Alcune zone sembrano illuminate a giorno. Altre piombano nelle tenebre. Lì spariscono anche i suoni.
Tu controllavi tutto dal tuo posto. Al sicuro, con una piccola candela posizionata poco dinanzi a te. L'unica sui tavoli. Questo ti rendeva facilmente scrutabile dagli altri. Vi, rendeva.

Una ragazza in abito a righe uscì. Si spense una candela, la più alta di tutte.
Un uomo la seguì a passi più lenti. Dovevano aver litigato, perchè lei scuoteva la borsa in pelle come se fosse una bestia da punire. Un'altra candela si consumò al loro passaggio, così come la loro storia.
La stanza divenne nera, con piccole strisce di luce in quattro punti. Un ragazzo ubriaco indossava un cappello da messicano. L'avevo notato da fuori. Bevuto tutto quello che c'era da bere, continuava a parlare, presumibilmente da solo. Smorzò una candela con le dita.
L'uomo dietro al bancone buttò le ultime bottiglie vuote. Cercava uno straccio umido per pulire le mani appiccicate, ma non lo trovò. Il giusto riparo in un sigaro, ma si spense. Allora avvicinò la sua bocca alla penultima candela accesa. Poi, con un soffio, la spense, proprio quando io spensi la nostra.

Ora non si vedeva più nulla.
O meglio, ora vedevo tutto quello che avrei voluto vedere da dieci candele fa.

mercoledì 10 luglio 2013

Guida in 3a persona alla preparazione di risse con sconosciuti.

Non capita spesso che si lasci andare ad appuntamento di cartello locali, organizzati alle ore 20 col chiaro intento di impiattare su di un tavolone gli avanzi del pranzo, farti ascoltare quello che una volta era trasmesso nella sala d’attesa dei dentisti e costringerti a stendere su divanetti bianco coloniale più profondi di qualsiasi femore. Il tutto, altrimenti detto, aperitivo cenato.
Non che F. disprezzi i neologismi, ma signora mia, aperitivo cenato non si può proprio sentire. L’accezione “apericena”, poi, lo ha spinto a prendere il porto d’armi. L’abbondante premessa, comunque, più che servire a spiegare  luogo ed ambientazione, era per capire chi si ferma alle prime tre righe del post, commentando l'apericena. Andiamo avanti.

Era lì che cercava di capire a quando risalisse la coltivazione della carote siliconata che intingeva nella mayonese, che l’improvvido deejay stabilisce che è giunta l’ora del karaoke.  Il mondo continuava a girare, e nel locale all’aperto ognuno proseguiva nell’opera di controllo smartphone ed abbeveraggio. Nessuno osava avvicinarsi alla console. Era passata circa mezz’ora da quella supplica inascoltata, intervallata da un paio di pezzi riempipista, di sicuro in Kazakistan. Propone un Campari in omaggio al primo coraggioso.
Mosso a compassione e più assetato del solito, F. si alza in piedi e si avvicina all’omino in cuffie, che per una ventina di euro stava cercando di accompagnare le fauci alla moda di bellimbusti in Fred Perry e signore in abiti fluo. Andava di sicuro meglio al pakistano delle rose, la serata, impegnato a raccogliere una serie di “non stiamo insieme” e “siamo tutti uomini”.
“Ce l’hai You spin me around dei Dead or Alive?”, chiede F., avvicinandosi all’orecchio del dj.
“Boh, mo’ vedo”, monosillaba il giratori di dischi, come se stesse parlando con un ottantenne in fila alle poste. “Eccolo, ma la conosci solo tu”, aggiunge poi con un sorriso beffardo e tartarico.
“Tu mettila e zitto”, chiude F..
Se la canto tutta. È il pezzo più anni ’80 degli anni ’80. C’è tutto. I capelli lunghi, i guanti, i balli mani roteanti e ginocchia flesse. Qualcuno applaude, la cameriera gli porta il suo Campari.
“Ma voi la conoscevate?”, chiede il disc jockey agli avventori.
Dal fondo della sala, un ragazzo con gli occhiali da sole (e se apericena si odia, quelli con gli occhiali da sole di sera non sfigurerebbero a cadere dalle scale con le mani in tasca) fa: “Certo. Era Bananarama dei Venus”
“No”, fa F.. “A parte che hai invertito i nomi. Bananarama è un gruppo, e Venus era il loro pezzo. Ma si trattava di You spin me around dei Dead or Alive”
“Ti sbagli”, fa quello.
“Guarda, giovane, che c’è anche scritto qui sul monitor, se proprio non dovessi credere a me. Ma comunque fidati”.
“Guarda che lo conosco ‘sto pezzo, ed è dei Venus”, aggiunge il tipo, mentre l’amico al suo fianco ride con una cannuccia incastrata fra i denti.
“Ti ripeto, per l’ultima volta e poi chiudo qui, che i Venus non esistono. Quando è uscito questo pezzo tu e la tua pettinatura non esistevate ancora”, cerca di spiegare F., mentre il dj lo guarda allibito e qualcuno riprende timidamente la scena col telefono.
“See, vabè. Informati meglio” e l'occhialuto fa un tiro di sigaretta elettronica.
F. mastica il ghiaccio sul fondo del bicchiere. Masticherebbe volentieri anche il bicchiere, se potesse. Fa un passo avanti, ma poi torna al suo posto.

La serata prosegue, dimenticabilissima, come al solito.
Verso le undici, il tipo occhialuto si avvicina al tavolo di F. e gli lancia un'occhiata senza senso. Poi fa: “sei ancora convinto ?”
F. lo guarda, e chiude: “Sai che sei utile all’umanità come la carta da gioco dei punteggi internazionali?”, e va via.

Qualcuno sorride. Qualcuno no.




mercoledì 26 giugno 2013

Una storia capitata al sottoscritto che vi prego di non divulgare


Svegliarsi in piena notte madidi di sudore, accorgendosi di avere un piede caldo sotto il lenzuolo ed un altro gelido che sporge dal letto, penzoloni. Il mangiacarte sul muro non fa un passo da giorni. E' vivo, e mi pare di sentirne il respiro. Mi pare.
Mi alzo che qui dormono tutti. Un sorso d'acqua, pipì. Bear Grylls avrebbe di sicuro dimezzato i tempi delle due operazioni. Sorrido a questo pensiero.
Torno verso il letto.
Appoggio la testa umida sul cuscino, poi ricordo che non lo uso più. Copro l'orecchio con un braccio. Intorno a me si gonfiano respiri pesanti.
Sto per riaddormentarmi.
Tre, due, uno. Arrivo.

Poi, il dubbio.

Perchè arriva il dubbio? E perchè proprio mentre sto riprendendo il mio fottuto, legittimo sonno? Dopo una giornata di scale fatte, telefonate ignorate, facce asimettriche a cui rispondere "sì, è vero", quando invece non era vero un cazzo, Devo dormire. E' un mio diritto.
Tu ti sei insinuato, dubbio. Sei salito da qualche parte, nella testa, e ti sei poggiato lì sulla fronte. Sinusite interrogativa. Ora hai accovacciato le tue gambe immaginarie, ed aspetti risposta. Solo che sono le 4, ed io la risposta non ce l'ho.
Potrei cercarla su wikipedia, in un attimo, con tre strisciate di polpastrello.
Il cellulare è lontano, chisaddove, scarico. Ma comunque spento.
Il pc dorme, e ci metterebbe comunque 12 minuti a prendere vita dal momento dell'accensione. Giuro.
Gli altri sono in coma. Chi etilico, chi controllato, chi letargico (il mangiacarte, presumo).
Non saprei come risolvere. Riprovo a dormire.
Niente.
Penso ad altro, ma controvoglia. Penso a lei.
Lei mi chiamava, mi scriveva, mi disegnava, mi cantava pezzi di canzoni ignote di cantanti ignavi.
Poi ha smesso. 
L'altro giorno una terza persona (attenti alle terze persone, perchè sono quelle che in un modo o in un altro ci condizionano la vita. Non le seconde, nè le quarte. Le terze) mi invia una fotografia di un cucciolo di 40 giorni.
E' il suo nuovo cane. Suo di lei, non della terza persona.
E lei lo ha chiamato come me. Non so se si possa definire una cosa positiva. Ma mi ha fatto sorridere molto. Forse provo a risentirla. Le scrivo un messaggio. O forse no.
Ecco, diciamo che questo è un buon argomento per riprendere sonno.
Dai, che ci sono.

No. Niente. Ancora quel dubbio.

Una macchina parte lentamente dal parcheggio sotto alla finestra. Gente che viene e gente che va. Riesco a cogliere la canzone che dall'autoradio è dedicata alla partenza. Per me è fondamentale che sia all'altezza della situazione, anche se si dovesse trattare di un viaggio di 500 metri. Lui, o lei, questa notte ha scelto Perfect Day di Lou Reed. Non so se si stia augurando qualcosa per domani o stia degnamente concludendo l'oggi. Gran pezzo, ottima scelta, chiunque tu sia.

Ma il mio dubbio è sempre qui.

Verifico la lunghezza delle mie unghie. Corte. Benissimo. Pulisco i denti con la lingua. Stratagemmi innocui che non mi porteranno in nessun dove. Devo fugare, risolvere il dubbio. Eppure lo sapevo.
Aspetta, forse ce l'ho. Macchè, niente. 



Riprendo coscienza grazie ad un raggio di sole che mi trapana un occhio. Sono le sette. Devo essermi addormentato, nel frattempo. 
Ora non ricordo cosa non ricordavo.
Questo non mi è mai capitato.
Poi, ritorna il dubbio, e con esso la soluzione. 
Come se l'avessi saputo da sempre.

Si chiamano tumbleweed gli arbusti rotolanti del west. Tumbleweed. 
Figli di puttana.

giovedì 23 maggio 2013

Vuoi perdere peso? Non chiedermi come.





Donne.
Una di voi ha messo al mondo me.
Una di voi ha preso la mia adolescenza onanistico-calcistica è l'ha accartocciata, gettandola dal finestrino in zona riconosciuta dal Fondo Ambientale come a rischio idrogeologico.
Una di voi mi ha fatto scoprire i piaceri della carne e quelli delle corna.
Una di voi mi ha sposato.
Una di voi mi corrobora le giornate lavorative con i riassunti delle puntate di Chi l'ha visto e Cucine da incubo.
Molte di voi lavorano (beh, lavorano), sedute scompostamente alle loro scrivanie nei 90 mq del nostro ufficio, cercando di accavallare le gambe senza sgualcire la gonna fiorata Desigual.
Altre entrano spesso nella mia stanza, a chiedermi conto delle azioni dei loro compagni, spesso ingenui, altre volte chiaramente desiderosi di tenere il piede in cinque scarpe diverse.
Ma nonostante tutto, a voi non potrei rinunciare.
Siete la parte migliore dell'esistenza.
Con la vostra capacità di capire il maschio e nonostante tutto continuare a passarvelo tra le dita delle mani con grazia.
Vi amo.
Tranne verso la fine di maggio.

La fine di maggio dura molto più di quanto dica il calendario. Il tempo si espande, i secondi diventano ore, come quando la radio passa una canzone di Cremonini e ti auguri finisca il prima possibile, e quella niente. Resta anche sotto alle gallerie più lunghe.
Le donne, quelle che conosco io, non sono più donne, verso la fine di maggio. Sono altro.
Alla fine di maggio si moltiplicano i cataloghi.
Si diffondono dicerie sulle proprietà della bava di lumaca.
Il siero di vipera.
Il muco di scorpione.
Lo chatouche, altrimenti noto come “ricrescita dimenticata lì”.
Le bacche di Gogj.
Dukan, tisanoreica, zumba.
Alcune donne, che hanno tenuto il collo protetto da un morbido dolce vita fino a Santa Rita, scoprono pian piano gli effetti Serum 7.
La fine di maggio sembra non finire mai.
L'acre odore di Somatoline si espande per le condutture dell'aria condizionata.
Non riesco a parlare con i fornitori.
C'è il filler da completare.
Le fragranze.
Contorno occhi.
Mesoterapia.
Drenaggio.

Non vedi l'ora che finisca, la fine di maggio.