sabato 4 aprile 2015

Lettera ai cinesi


Cari cinesi.

Io non ce l'ho con voi. 
Siete gran lavoratori, avete un'economia che comanda il mondo, una mafia rispettabilissima, oramai non c'è cosa che non sia prodotta in una delle vostre città da cento milioni di abitanti tutti uguali. Abbiamo anche imparato a mangiare lo stesso cibo.
Io ci entro, nei vostri negozi. 
Passi che nessuno di voi, eccetto la proprietaria, parli italiano. Passi che mi facciate seguire per controllare che non mi fotta qualcosa. Passi il fatto che avete reparti per animali sovradimensionati e tastiere per pc senza il tasto euro. Passi tutto.
Ma, per carità, la musica cinese in filodiffusione la dovete togliere. 
Potrei perdere la pazienza. 

Con immutata stima, 

Ettore.

martedì 24 marzo 2015

Un esperimento senza alcuna motivazione plausibile.

Giorno 5 lontano dai social network.
Le mani riacquistano un colorito accettabile. La batteria del telefono arriva fino a sera. Non sento più il bisogno di sapere cosa hanno mangiato a pranzo Teresa o Debhorah. Non vedo tramonti sul Tirreno.

È la terza volta in quattro mesi che vado dal dentista.
Che è un classico dentista.
Lo stereotipo del dentista.
Piacione, separato, suv, assistenti fighe, inadatto al mestiere, musica paracula in filodiffusione .
Ieri c'era Take on me degli A-ha. E niente, mi ha fatto odiare anche quella, che era una delle poche che si salvavano degli anni '80. Ora resta You spin me round ed un paio di canzoni di Dario Baldan Bembo.

Che la mattinata non fosse iniziata nel verso giusto lo dovevo capire dallo sgambetto fantasma che ho ricevuto. Un terzino invisibile mi ha falciato il passo facendomi scoordinare per diversi metri. Dato che non c'è alcool nel mio corpo da tempo (che vergogna) e che tendo ad allacciarmi le scarpe coscienziosamente (che vergogna), non saprei davvero chi si possa divertire alle mie spalle. Faccio il doppio nodo, per la cronaca, oramai anche alle ciabatte da mare. Avevo la tendenza a camminare con scarpe che si slacciavano. È come se i miei metatarsi si animassero autonomamente per snodare i lacci, di continuo. Allora raddoppio il nodo. Diventa un grumo di cotone bicolore, orrendo da vedere.
Un po' come il mio stato d'animo. Se non gli sto appresso, si sfilaccia. Allora devo annodarlo su sé stesso più volte, come un gomitolo. Come una matassa. L'avessi saputo, 5 anni fa, che la matassa era ancora tutta lì, l'avrei chiamato diversamente questo blog.
L'avrei chiamato:
a) L'imprevedibile esistenza di un geniale imbecille.
b) L'affascinante E.A. e la sua altruistica misantropia.
c) Lo Zen e l'arte di digitare coi soli indici.
Che poi, voglio dire.

venerdì 20 marzo 2015

Un aggiornamento che leggerò solo io.

Non so chi sia rimasto a leggerlo, questo blog.
Sono uscito lasciando le chiavi dentro, e probabilmente qualcuno mi avrà pure cercato.
Ma si sa come sono fatte le persone, o forse sono fatto solo io così.
Quando esce il sole, ci si dimentica di chi ti ha prestato l'ombrello, e a volte te l'ha anche mantenuto, sotto la pioggia battente.
Rieccomi qui. Con un temporale improvviso che mi ha colto di sorpresa, come il più stupido dei randagi.
Eppure dovevo immaginarlo. I gatti non ci tornano sulle stufe, nemmeno se fredde perchè spente da una vita, se mille anni prima ci si sono scottati.
Io sì. Io non sono un gatto. Lo fossi stato ci sarebbero fotografie mie su facebook. Ma non lo sono, e su quella stufa mi ci ero seduto ancora. Perciò fa più male.
Allora mi scrivo queste quattro righe, più come promemoria che altro, sapendo benissimo che se dovesse passare qualcuno potrebbe anche riderne.
Non ci sono regole fisse nella vita.
Non ci sono insegnamenti.
Non ci sono standard e parametri.
C'è un passaggio di esseri viventi, incroci di parole, porte che si aprono, canzoni senza senso, il profumo di una scatola del cucito, errori, sorrisi, vizi ripresi, intolleranze alimentari, intolleranze umane, lettere, pronomi inutili, delusioni.
Sono tornato al punto di partenza.
Scrivo.

lunedì 7 ottobre 2013

Le Sette cose da non dire ad una ragazza al primo appuntamento



7. 
Alza gli occhi al cielo. E' l'unica cosa più grande di me.

6.
Non ho mai incontrato una ragazza così dolce nella mia vita. Posso leccarti?

5.
Sai che per colpa mia Rocco Siffredi è in analisi?

4.
Sai cambiare la ruota di una macchina?

3.
La mia lingua sa di ragù. Vuoi assaggiare?

2.
Sali su da me? Ho una collezione di peni in bronzo.

1.
Sei celiaca? Il mio uccello è senza glutine.

giovedì 19 settembre 2013

Chi è il Bastardo?





Scendo in fretta tutti i gradini che ci sono, dimenticando anche i tic che oramai ripetevo dalla prima adolescenza. Il portone è già aperto. Il collaudatore delle caldaie attende impaziente al citofono che qualcuno gli apra. Il tatuaggio sul bicipite sinistro inizia a spazientirglisi. Corro a zigzag tra escrementi di cane e volantini elettorali. Se c'è una cosa che identifica l'arretratezza culturale di un popolo è proprio il fatto che non ti lasciano far cacare il cane in luoghi puliti. E così lo deve fare, povera bestia, in mezzo alle facce dei politici. Che poi non noti nemmeno la differenza.
Salto i convenevoli con la vecchia del piano di sopra. Non è il momento di commentare il costo della vita e la bruttezza degli sceneggiati Rai. E poi puzza di apocalisse anziana.
Apro il portoncino esterno. L'amministratore di condominio, e la sua alopecia, hanno deciso di posizionare il pulsante apriporta lontano circa 10 metri. Ecco perchè non ti pago mai.
Esco alla luce del sole, ma la Panda che mi deve trascinare via da qui non c'è ancora. L'sms “sto sotto" resta uno dei misteri dell'antropologia contemporanea. Stai sotto, sì, a un acido.
Attendo appoggiato alle cassette della posta.
Arriva un uomo di 50 anni, brizzolato, con una tuta decathlon sdrucita e l'aria affaticata. Lo riconosco. Lui non riconosce me. È quello che fino a qualche anno fa sgommava sul suo mercedes SLK, in giro per supermercati a rappresentare spalle di cotto e bresaola e croteggiare cassiere insoddisfatte. Sta inserendo volantini nelle buche, trascinando un carrello da spesa, quelli delle nonne, di tessuto scozzese. Gli regalo uno sguardo pietoso dietro ai miei Rayban rettangolari opachi. Lo ricordo ancora, quando ci squadrava, noi, fumatori di skank alle prese con i primi microfilmati di 144, altro che youporn. Una sera ci puntò i fanali contro, per 3 lunghi minuti. Noi restammo lì. Poco dopo, arrivarono gli sbirri, e fortuna che avevamo finito tutto.
Ora tu sei qui ad infilare dita grosse nelle fessure arrugginite della mia posta. Scivoleranno giù offerte di pannolini e Jaegermeister. Crepa, maiale.Tu e i tuoi volantini del cazzo.
Aspetto che li abbia imbucati tutti, uno per uno, ben piegati.
Poi li tiro fuori dalle cassette, con calma certosina e li spalmo per terra. Fotografo lo scempio ambientale, che vergogna. E mando tutto all'indirizzo mail sul volantino, alla voce “Segnala gli sprechi”.
E ora puntami questi fanali.

mercoledì 21 agosto 2013

La fiamma è spenta o è accesa.


La stanza era poco illuminata. Una decina di candele, posizionate a circa due metri da terra, all'interno di nicchie ricavate nel muro di tufo. Le fiammelle erano equidistanti. Se avessi tracciato una retta immaginaria tra loro avresti ricavato un reticolato asimmetrico. Qualcuno aveva sbagliato la disposizione. Nonostante tutto si riuscivano a delineare tutti i profili dei presenti, e persino le emozioni abbozzate sui volti. 

Chi aveva appena capito di essere irrimediabilmente ubriaco cercava di recuperare la mascella che pendeva inoperosa sorretta solo da guance emaciate.
Chi aveva puntato la sua donna per la notte, rimandando di continuo l'approccio, ora non ne riconosceva più la sagoma, e temeva che quella mano sulla spalla di un goffo barbuto con la coda fosse la sua. Lo era.
Chi entrava nella stanza come se tutti stessero aspettando lui, e ne usciva di lì a poco capendo che il mondo, dopo tutto, gira anche senza il nostro misero apporto.
Chi aveva avuto la chiacchierata più inutile della sua vita.
Chi cercava con la lingua una scheggiatura di un molare.
Chi versava alcol in bicchieri così piccoli che non facevi a tempo a girarli, che subito eri di nuovo al bancone per la sete.

Le candele divennero nove. Una si era spenta a causa del vento.
Vento non ce n'era, nella stanza. Forse un alito improvviso, una voce alzata più del previsto. Luce ne rimaneva, comunque. Di sicuro abbastanza per parlare a mezza bocca senza che nessuno lo potesse capire.
Si spensero due candele. Tre sagome, vestite di scuro, sparirono dietro una panca, inghiottite dal buio.
Sette candele maldisposte creano uno strano effetto. Alcune zone sembrano illuminate a giorno. Altre piombano nelle tenebre. Lì spariscono anche i suoni.
Tu controllavi tutto dal tuo posto. Al sicuro, con una piccola candela posizionata poco dinanzi a te. L'unica sui tavoli. Questo ti rendeva facilmente scrutabile dagli altri. Vi, rendeva.

Una ragazza in abito a righe uscì. Si spense una candela, la più alta di tutte.
Un uomo la seguì a passi più lenti. Dovevano aver litigato, perchè lei scuoteva la borsa in pelle come se fosse una bestia da punire. Un'altra candela si consumò al loro passaggio, così come la loro storia.
La stanza divenne nera, con piccole strisce di luce in quattro punti. Un ragazzo ubriaco indossava un cappello da messicano. L'avevo notato da fuori. Bevuto tutto quello che c'era da bere, continuava a parlare, presumibilmente da solo. Smorzò una candela con le dita.
L'uomo dietro al bancone buttò le ultime bottiglie vuote. Cercava uno straccio umido per pulire le mani appiccicate, ma non lo trovò. Il giusto riparo in un sigaro, ma si spense. Allora avvicinò la sua bocca alla penultima candela accesa. Poi, con un soffio, la spense, proprio quando io spensi la nostra.

Ora non si vedeva più nulla.
O meglio, ora vedevo tutto quello che avrei voluto vedere da dieci candele fa.